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Nata a Roata Chiusani , Lucia Cavallo nasce nella povertà propria della maggioranza delle famiglie centallesi di un secolo fa, quelle cioè che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. I Cavallo, con i loro sei figli, la mamma malaticcia e il papà senza reddito fisso, non si distinguono granchè nel clima di povertà diffusa che caratterizza il nostro territorio. Mamma muore, come la stessa Lucia ormai suora scriverà, “di necessità e crepacuore” e tocca a lei, dodicenne appena, prendersi cura della casa e far da mamma ai più piccoli.

Almeno fintantoché resta a Roata Chiusani, perché la necessità di avere una bocca in meno da sfamare e nello stesso tempo la possibilità di contare su un mensile fisso, la portano presto a lavorare in casa d’altri, prima in frazione, poi a Cuneo.

Le coetanee ricorderanno sempre l’assoluta normalità della loro compagna, che si distingue appena per una maggior devozione ed una particolare sensibilità, due qualità che finiscono per aprirla alla vocazione religiosa. Non ha idea di dove realizzarla e le sue uniche preferenze sono  per la missione, possibilmente in terra africana dove l’ha preceduta una sua amica. Don Fiandrino, il suo parroco, la indirizza così verso le “Missionarie” di don Orione e, ironia della sorte o, per meglio dire, provvidenza divina, Lucia non andrà “lontano”, tantomeno in Africa.

Si farà però ugualmente santa, per la serie “l’uomo propone e Dio dispone”, perché davvero “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. Non si sposterà e non viaggerà, come invece avrebbe magari fatto se fosse andata in Africa: se si eccettuano i primi nove giorni trascorsi a Tortona, culla della congregazione, la sua vita si svolgerà tutta a Genova, anzi nella stessa casa, addirittura nell’identica corsia, a contatto con le medesime persone. Più monotona e ordinaria di così! La prima lotta la sostiene, nei primissimi giorni, a contatto con le consorelle tubercolotiche, la malattia che più la terrorizza, “ma vinse la grazia”, come lei stessa scriverà. La iscrivono al corso per infermiere e poi la mandano al “Paverano”, da dove prenderà il biglietto per il Cielo per il suo ultimo viaggio.

La notte di Natale 1935 diventa ufficialmente Suor Maria Plautilla e inizia la sua scalata alla santità, nell’ordinarietà di un servizio spesso ingrato, certamente difficile, dal quale, testimonia una consorella, “non ci siamo mai ritirate nemmeno di fronte a situazioni penose che ci facevano rivoltare lo stomaco; se per pochi istanti ci si allontanava, per riaversi da quello stato di nausea, tosto si ritornava a quell’assistenza”. Incarna alla perfezione la “spiritualità dello straccio” che don Orione vuole trasmettere alle sue suore, nella semplicità di chi nulla sa di avere e che tutto attende da Dio. Con altrettanta semplicità si sposta da un letto all’altro delle  sue malate psichiche per distribuire medicine, carezze, sorrisi. E questo ogni giorno, per 365 volte all’anno, tutti gli anni: “senza fare cose eccezionali ma vivendo in modo eccezionale la quotidianità del suo servizio” come ha detto Mons. Cavallotto.

Forse chiede troppo al suo fisico: nell’ottobre 1945 il suo cuore ha un primo cedimento, che le impone qualche cautela e qualche cura. L’anno successivo un nuovo cedimento, il più grave, come conseguenza dello sforzo e dell’emozione provata nel salvare una delle sue malate psichiche  che sta precipitando dal balcone. Questa volta deve mettersi a letto, per non rialzarsi più, sempre serena e sorridente, tanto che si va da lei come si andrebbe da una santa, per dire una preghiera e ricevere un consiglio. «Anche se il cuore sanguina, stare allegra, non far pesare sugli altri la tristezza”, aveva scritto. Ed è fedele anche a questo proposito. Muore il 5 ottobre 1947, a 34 anni; la Chiesa l’ha già proclamata Venerabile e si attende solo più il miracolo per dichiararla beata.